La principessa Floralinda e la torre di quaranta piani – Recensione
La principessa Floralinda e la torre di quaranta piani – Recensione
Ci sono libri che sembrano favole e invece ti lasciano con molto più di una storia in testa. La principessa Floralinda e la torre di quaranta piani è esattamente questo: leggero in superficie, denso se ci vai a fondo. La trama parte da un presupposto classico — una principessa prigioniera in una torre, circondata da mostri su ogni piano — e lo sovverte con ironia e intelligenza. Floralinda non è la principessa passiva a cui le fiabe ci hanno abituate. È coraggiosa, determinata, e con l'aiuto della fatina Ragnatela affronta piano dopo piano le creature più bizzarre e terrificanti per conquistare la sua libertà. Fin qui, tutto bene. Ma è quello che succede lungo il percorso — e soprattutto alla fine — che rende questo libro davvero interessante. Più Floralinda cresce, più perde qualcosa. Non le sue capacità, non il suo coraggio — anzi. Perde quella tenerezza originaria, quella spensieratezza e leggerezza che erano il cuore della principessa di fiaba. Il viaggio verso la libertà la trasforma, e la trasforma in qualcosa che, a una lettura superficiale, potrebbe sembrare un paradosso: diventa quasi un mostro. Ma è davvero un mostro? La risposta che il libro suggerisce, tra le righe, è no — o almeno, non per colpa sua. È quello che le circostanze l'hanno costretta a diventare, e non poteva fare altrimenti. Il finale lo dice chiaro: Floralinda sceglie di restare nella torre, questa volta al posto del drago. Non perché sia stata sconfitta, ma perché dopo tutto quello che ha vissuto non saprebbe più tornare a com'era. Abituata alla sofferenza, quasi ci si è adagiata dentro. È uno dei passaggi che mi ha colpita di più, e anche uno dei più malinconici dell'intera storia. Un ruolo fondamentale lo gioca la fatina Ragnatela, che è probabilmente il personaggio più ambivalente del libro. È la mente delle operazioni, la vera artefice della fuga — ma non è esattamente una figura di supporto emotivo. Le sue parole sono spesso taglienti, e Floralinda piange, piange spesso. Ragnatela la spinge, la sprona, la porta avanti — ma la segna anche. È un po' come chiedersi se certi percorsi di crescita siano davvero liberatori, o se lascino cicatrici che non si vedono subito. È proprio qui che il libro si apre a una lettura più profonda: si può leggere come una rivisitazione ironica e divertente delle fiabe classiche, oppure come una riflessione sulla donna moderna, su cosa significa conquistare la propria autonomia e a quale prezzo. Entrambe le chiavi funzionano, e questa doppiezza è forse il pregio più grande del libro. Ho amato il coraggio di Floralinda, e proprio per questo avrei desiderato per lei un futuro più gioioso. Rimane, a lettura finita, un filo di malinconia.
Cosa ho amato
✨ Il coraggio genuino di Floralinda, mai eroico per caso ma sempre conquistato a caro prezzo ✨ La doppia chiave di lettura: ci si può fermare al divertimento o andare molto più in profondità ✨ La fatina Ragnatela, figura ambivalente che salva e ferisce allo stesso tempo ✨ Il finale malinconico ma coerente, che non concede il lieto fine facile ✨ La riflessione silenziosa su cosa ci costa davvero diventare libere
Per chi lo consiglio
Se ami le rivisitazioni dark e ironiche delle fiabe, questo libro fa decisamente per te.